Conoscenza ed Essere

Allorché il sapere predomina sull’essere, l’uomo sa, ma non ha il potere di fare. È un sapere inutile. Al contrario, quando l’essere predomina sul sapere, l’uomo ha il potere di fare, ma non sa che cosa deve fare. Così l’essere che egli ha acquisito non può servirgli a nulla e tutti i suoi sforzi saranno stati inutili.

 

Gurdjieff

 

La possibilità di sviluppo dell’essere umano è collegata allo sviluppo contemporaneo della Conoscenza e dell’Essere. In mancanza di queste condizioni il Lavoro prima o poi si arresta. Se la Conoscenza prevale sull’Essere il nostro sapere sarà teorico e non saremo in grado di applicarlo concretamente; se l’Essere prevale sulla Conoscenza saremo potenzialmente in grado di fare molte cose, ma senza possederne una reale comprensione.

La Conoscenza è funzione del centro intellettuale, ma nel sistema della Quarta Via questo termine ha un’accezione particolare. La conoscenza di cui oggi disponiamo, caratterizzata dalla specializzazione e della frammentazione, viene considerata come una conoscenza di tipo ordinario, in cui è andato perso il legame tra i singoli elementi ed il Tutto. La Conoscenza reale è invece quella in cui vengono rispettati i principi di unità ologrammatica con il Sistema e in cui si comprendono le leggi dell’universo. Curiosamente questi principi, affermati in epoche passate da tutti i grandi sistemi filosofici, e che oggi trovano conferma nelle scoperte della fisica quantistica e della medicina energetica, continuano a rimanere appannaggio di pochi eletti, mentre nelle nostre scuole si continua a spacciare per corretto un modello scientifico positivista ormai superato da cento anni.

Per quanto riguarda il Lavoro individuale, la Conoscenza reale può essere perseguita superando la meccanicità con i suoi ostacoli, in favore della consapevolezza e del “Ricordo di sé”.

L’Essere è descritto come ciò che un uomo è in un dato momento, tutto quello che egli ha raggiunto ed esprime. Come abbiamo visto, l’Essere di un uomo che vive nel secondo stato di coscienza è caratterizzato dalla meccanicità, dall’identificazione, dalla considerazione interna, dalla menzogna e dal predominio della personalità sull’essenza. È un uomo-macchina, che dorme, non possiede consapevolezza e che quindi non può realmente fare. Talvolta abbiamo la sensazione che in noi esistano differenti livelli di essere, alcuni migliori o peggiori di altri ma solo chi ha sviluppato il terzo stato di coscienza riesce a lavorare affinché il suo livello di essere si sviluppi in modo armonioso e costante. La relazione tra l’Essere e la Conoscenza è comunque sempre di tipo dinamico, il che significa che talvolta il primo traina la seconda, talaltra accade il contrario. Lo scopo del Lavoro è che la Conoscenza e l’Essere crescano di pari passo, vale a dire che le idee prendano forma concreta e l’esperienza trovi la sua controparte nelle idee che la costituiscono. Questo è il significato delle parole Io sono il Verbo.



Personalità ed Essenza

L’essenza è ciò che è suo. La personalità è ‘ciò che non è suo’… ciò che gli è venuto dall’esterno, quello che ha appreso.

Nel lavoro su di sé vi è un momento molto importante: quello in cui l’uomo incomincia a distinguere tra la sua personalità e la sua essenza. Il vero ‘Io’ di un uomo, la sua individualità, può crescere solo a partire dalla sua essenza. Si può dire che l’individualità di un uomo, è la sua essenza divenuta adulta, matura. Ma per consentire all’essenza di crescere è innanzitutto indispensabile attenuare la pres­sione costante che la personalità esercita su di essa, perché gli ostacoli alla crescita dell’essenza sono contenuti nella personalità.

Ma per essere capaci di giungervi o perlomeno di intraprendere que­sta via, l’uomo deve morire; questo vuoi dire che deve liberarsi da una moltitudine di attaccamenti e identificazioni che lo mantengono nella situazione in cui è. Nella sua vita egli è attaccato a tutto, attaccato alla sua immaginazione, attaccato alla sua stupidità, attaccato persino alle sue sofferenze, forse più alle sue sofferenze che ad ogni altra cosa. Egli deve liberarsi da questo attaccamento. L’attaccamento alle cose, l’identifica­zione con le cose, tengono vivi nell’uomo migliaia di ‘io’ inutili. Questi ‘io’ devono morire, perché il grande Io possa nascere. Ma come si pos­sono far morire? Essi non lo vogliono. è qui che la possibilità di sve­gliarsi viene in nostro aiuto. Svegliarsi significa realizzare la propria nullità, cioè realizzare la propria meccanicità, completa e assoluta, e la propria impotenza, non meno completa, non meno assoluta. E non è suf­ficiente comprendere queste cose filosoficamente, a parole. Bisogna ren­dersene conto attraverso fatti semplici, chiari, concreti, fatti che ci concernono. Quando un uomo comincia a conoscersi un po’, vede in se stes­so delle cose che lo fanno inorridire. Fintanto che un uomo non si fa orrore, non sa niente di se stesso.

Un uomo ha visto in se stesso qualcosa che lo inorridisce; decide di respingerlo, di ostacolarlo, di liberarsene. Tuttavia, per quanti sforzi faccia, sente che non lo può, che tutto rimane come prima. Vede così la sua impotenza, la sua miseria, la sua nullità; o ancora, quando co­mincia a conoscere se stesso, vede che non possiede niente, tutto ciò che ha considerato come suo, le sue idee, i suoi pensieri, le sue con­vinzioni, le sue tendenze, le sue abitudini, le sue stesse colpe e i suoi vizi, niente di tutto questo gli appartiene: tutto si è formato per imita­zione, oppure è stato copiato da qualche parte, tale e quale. L’uomo che sente tutto ciò, sente la sua nullità; sentendo la sua nullità, l’uomo si vedrà come egli è in realtà, non per un secondo, non per un momento, ma costantemente, senza dimenticarlo mai più.

Gurdjieff

Nel sistema si dice che l’uomo è composto di due parti: la personalità e l’essenza. L’essenza è ciò che appartiene all’uomo, che gli è proprio, la personalità è ciò che ha acquisito ed imparato nel corso della sua vita. La personalità viene qui intesa nel senso latino del termine, quello di “persona” o maschera indossata dall’attore. Essa esiste per filtrare ciò che proviene dal mondo esterno a favore dell’essenza e si sviluppa attraverso l’educazione e l’acculturazione. Tutto ciò che non abbiamo elaborato ed integrato nell’essenza sarà riflesso al nostro esterno.

La condizione dell’essere umano contemporaneo è spesso caratterizzata dalla divergenza tra essenza e personalità e dallo sviluppo della falsa personalità, una sorta di corazza caratteriale con funzione difensiva che si sviluppa molto precocemente e che impedisce all’essenza di emergere e di crescere. Le nostre scuole non ci insegnano a conoscere noi stessi e spesso persino ci impongono ruoli non collegati alla nostra essenza. Più ci allontaniamo dall’essenza, più scivoliamo nel mondo della meccanicità e maggiore è il numero delle leggi a cui siamo sottoposti. In realtà la personalità dovrebbe servire l’essenza e non il contrario: quando le leggi si sovvertono la crescita dell’essenza si arresta. È per questo che nel sistema della Quarta Via si afferma che l’anima non è innata ma va acquisita attraverso il lavoro su di sé.

Alcuni individui hanno personalità troppo sviluppate e piccole, nascoste essenze. Spesso sono cresciuti così a stretto contatto con la civiltà contemporanea da ritenere che sia l’unico mondo possibile, rinforzati nella loro credenza dai continui rimandi positivi che ricevono da coloro che li circondano. Altre persone, cresciute più a contatto con la natura e con livelli di istruzione più bassi, hanno maggiori probabilità di aver preservato la loro essenza ma, ciononostante, non avranno maggiori possibilità di lavoro dei primi. Per sostenere lo sviluppo dell’essenza è necessario che la personalità si sviluppi in una certa misura, che essa sia in grado di sostenere il lavoro intrapreso e di favorire la sostituzione della falsa personalità con quella vera. Ogni tentativo di cambiamento in tal senso, che non provenga al momento giusto e da una consapevole intenzionalità, è destinato a fallire e, nel caso della psicoterapia, ad allontanare le persone che a noi si rivolgono.

 

 

Il Presente

Il passato parla di noi, è il contenitore delle nostre esperienze ma spesso ci rifugiamo in esso ed in esso troviamo giustificazioni per ciò che nel presente non riusciamo a fare. Carichi di emozioni negative e di risentimento, tendiamo così, ad esempio, ad attribuire i nostri fallimenti attuali ai nostri genitori o all’ambiente in cui siamo cresciuti, non rendendoci conto che questa è solo una costruzione della nostra mente meccanica e che esiste la reale possibilità di agire, qui e subito: basta solo volerlo davvero.  

Il presente è l’unica realtà che esiste, esiste solo il qui ed ora e solo ciò che viviamo nella presenza ha veramente un senso per il nostro sviluppo. Tuttavia molti di noi vivono nel ricordo del passato che è già stato o nell’attesa carica di aspettative di un futuro che non è ancora. È in questa tensione che spesso si sviluppa il disagio psichico: da un lato cerchiamo di risolvere i nostri problemi con risposte già sperimentate ma che contribuiscono ad alimentare il problema; dall’altro immaginiamo un futuro magicamente libero da conflitti, di cui però non ci assumiamo la responsabilità e che deleghiamo al lavoro del medico o dello psicologo. Ma l’uomo che può “fare” è solo quello che sta nel presente, che non si affida a risposte precostituite del passato e che non rimanda a domani ciò che potrebbe fare oggi. La realtà ed il nostro futuro, dicono i fisici quantistici, sono costruiti e modificati in ogni istante dalla nostra volontà. 

 

Ricordo di Sé

D: Il ricordare se stessi è il processo iniziale di questo sistema?

R: È il centro del processo iniziale, e deve procedere, deve entrare in ogni cosa. Da principio vi sembra improbabile, in quanto potete provare a ricordare voi stessi e poi accorgervi che per lunghi periodi di tempo ciò non vi viene a mente; poi di nuovo cominciate a ricordarlo. Ma sforzi di questo genere non sono mai perduti; qualcosa si accumula e ad un certo momento, allorché nello stato ordinario sareste stati completamente identificati con le cose e sommersi in esse, scoprite di poter tenervi a parte e controllare voi stessi. Non sapete mai quando ciò sarà e come accade. Dovete fare soltanto ciò che potete: osservare voi stessi, studiare e principalmente cercare di ricordare voi stessi; poi, a un certo momento, vedrete i risultati.

Ma il problema è: come ricordare se stessi, come rendere se stessi più consapevoli? Il primo passo sta nel rendersi conto che non siamo consapevoli. Quando ci rendiamo conto di ciò e l’osserviamo per un po’ di tempo, dobbiamo cercare di cogliere noi stessi in momenti in cui non siamo consapevoli e, poco a poco, ciò ci renderà più consapevoli. Questo forzo ci mostrerà quanto siamo poco consapevoli, perché nelle condizioni di vita ordinaria è difficilissimo essere consapevoli.

Ricordare se stessi non è in realtà collegato con la memoria; è semplicemente un’espressione. Significa essere presenti a se stessi, cioè consapevolezza di sé. Bisogna essere consapevoli di se stessi. Ciò comincia con il processo mentale del cercare di ricordare sé stessi. Tale capacità di ricordare sé stessi va sviluppata, perché nell’osservazione di noi stessi dobbiamo cercare di studiare le nostre funzioni separatamente l’una dall’altra: la funzione intellettuale separatamente da quella emozionale, l’istintiva separatamente dalla motoria. È importantissimo ma non facile.

 

Vi ho dato un metodo pratico, semplicissimo. Cercate di arrestare i pensieri, e tuttavia non dimenticate il vostro scopo: che lo fate al fine di ricordare voi stessi. Ciò può essere di aiuto. Cosa impedisce il ricordare se stessi? Questo costante turbinio di pensieri. Arrestate quel turbinio e forse ne avrete un saggio.

D: Il proprio lavoro è più accurato se si ricorda se stessi e il lavoro che si sta facendo?

R: Si, quando siete desti potete fare qualsiasi cosa meglio, ma per arrivare a ciò occorre molto tempo. Quando vi siete abituati a ricordare voi stessi non sarete capaci di comprendere come mai abbiate potuto lavorare prima. Ma da principio è difficile lavorare e contemporaneamente ricordare se stessi. Tuttavia sforzi in questa direzione danno risultati interessantissimi: non c’è alcun dubbio. Tutta l’esperienza di ogni tempo mostra che questi sforzi vengono sempre ricompensati. Per giunta, se fate questi sforzi, comprendete che determinate cose uno le può fare soltanto nel sonno e non quando è sveglio, perché alcune cose possono essere soltanto meccaniche. Supponete per esempio che dimenticate o perdete delle cose: non potete perderle di proposito, le potete perdere soltanto meccanicamente.
D: Mentre stavo suonando il piano, allorché ho pensato “io sono qui”, non sapevo cosa stessi facendo.

R: Perché questo non è essere consapevole; è pensare al ricordare se stesso. Allora ciò interferisce con quello che state facendo; esattamente come quando state scrivendo e all’improvviso pensate: “Come si compita questa parola?” e non potete ricordarlo. Questo è il caso di una funzione che interferisce con un’altra. Il vero ricordare se stessi non sta nei centri, ma sopra i centri. Esso non può interferire col lavoro dei centri; soltanto che uno vedrà di più, vedrà i propri errori.

Dobbiamo renderci conto che la capacità di ricordare noi stessi è un nostro diritto. Noi non l’abbiamo, ma possiamo averla; abbiamo tutti gli organi necessari per essa, per così dire, ma non siamo allenati, non siamo abituati ad usarli. È necessario creare una determinata energia particolare o punto, usando questa parola in senso ordinario, e questo può essere creato soltanto in un momento di seria tensione emotiva. Ogni cosa prima di questa è soltanto preparazione del metodo. Ma se vi trovate in un momento di forte tensione emotiva, e allora cercate di ricordare voi stessi, essa rimarrà dopo che la tensione è passata e allora sarete capaci di ricordare voi stessi. Solamente quindi con emozione intensissima è possibile creare questo fondamento del ricordare sé stessi. Ma non può essere fatto se non vi preparate in anticipo. Possono arrivare momenti, ma non otterrete nulla da essi. Questi momenti emotivi giungono di tanto in tanto, ma noi non li usiamo perché non sappiamo come usarli. Se provate con sufficiente energia a ricordare voi stessi durante un momento di intensa emozione, e se la tensione emotiva è sufficientemente forte, essa lascerà una certa traccia e ciò vi aiuterà a ricordare voi stessi in futuro.

Ouspensky

Il primo passo verso l’acquisizione della liberazione consiste in un accurato lavoro di «risveglio»; l’individuo deve cioè rendersi pienamente conto che allo stato attuale sta dormendo. Come abbiamo già osservato, lo stato che normalmente definiamo di coscienza è in realtà uno stato di sonno in cui operiamo in modo meccanico. Abbiamo anche visto come il più grande ostacolo al risveglio consista nel fatto che noi pensiamo già di essere coscienti, proprio come i protagonisti di Matrix. Lo sforzo di ricordarci di noi stessi nell’arco della giornata ci permette di vedere come siamo fatti e in quale stato viviamo tutti i giorni; serve a farci comprendere che durante il giorno “dormiamo” e di conseguenza non siamo mai coscienti di noi. Il “ricordo di noi stessi” ci permette di evitare di lasciar scorrere nell’inconsapevolezza la nostra esistenza quotidiana, ci permette di vivere in salute ed in sintonia con il resto dell’universo e di riconoscerlo dentro di noi.

È difficile spiegare a parole in cosa consista, anche perché si sviluppa attraverso l’esercizio pratico e non è limitato ad uno stato mentale, bensì si espande, attraverso l’attivazione del centro emotivo superiore, a tutto il nostro essere. È l’Ars Regia di cui parlano gli alchimisti, il processo di “cottura a fuoco lento” a cui deve essere sottoposta la materia per ottenere la sua trasformazione in oro. È il processo di individuazione di cui parla Jung e che è caratterizzato dallo sviluppo pieno delle proprie predisposizioni individuali e dell’essenza. L’uomo che raggiunge questo stato e che riesce a mantenerlo costantemente attivo è dotato di poteri immensi perché agisce in conformità alle leggi dell’universo.

Gli esercizi proposti dalla Quarta Via possono sembrare all’inizio laboriosi ed impegnativi: spesso potranno verificarsi degli insuccessi o dei cali di energia e ci accorgeremo rapidamente di come sia difficile mantenere attiva la nostra coscienza mentre agiamo nel mondo ma ciò che conta, almeno inizialmente, non è il risultato bensì l’intenzione. Durante gli esercizi impariamo intanto ad esercitare l’attenzione divisa, cioè la capacità di prestare attenzione a ciò che stiamo facendo e contemporaneamente a noi stessi. L’attenzione prende così due direzioni: una verso l’esterno e una verso l’interno. Sviluppare il nostro osservatore interno o, come viene definito in Oriente, il “Testimone”, ci aiuta a liberarci dalla meccanicità, ci permette di accedere al terzo stato di coscienza, di modificare la chimica del nostro corpo e dell’intero sistema in cui viviamo. L’energia così liberata aumenta la frequenza vibratoria del nostro essere: se non siamo seguiti da qualcuno che è più avanti di noi nel percorso potremmo rischiare di utilizzare malamente le nostre energie, ad esempio, facendole risucchiare dalla personalità, rendendola ipertrofica e rendendo inutile, se non dannoso, il lavoro svolto fino a quel momento. Se opportunamente supportati, potremmo invece scoprire quanto è semplice liberarci dai pregiudizi che abbiamo introiettato circa noi stessi e il mondo che ci circonda; potremmo intimamente realizzare la connessione (l’entanglement di cui parla la fisica contemporanea) di tutte le cose del creato ed agire con coscienza ed efficacia.

È importante sottolineare che il ricordo di sé può operare solo attraverso lo stare nel mondo e l’esperienza quotidiana concreta e diretta: il ricordo di sé non è una memoria depositata nel nostro cervello, un semplice gioco intellettuale fine a se stesso ma l’accesso ad una nuova funzione che apre le porte ad una più elevata forma di consapevolezza. Come dice Jung, il percorso di individuazione è un percorso che non ha mai fine.

 

 

La Frizione

Fusione, unità interiore, sono ottenute nell’uomo per “frizione” per mezzo della lotta tra il Si e il No. Se un uomo vive senza lotta interiore, se in lui tutto accade senza opposizione, se va sempre seguendo la corrente o come il vento lo spinge, allora resterà com’è. Ma se una lotta interiore ha inizio in lui e soprattutto se questa lotta ha una linea definita, allora gradualmente certe caratteristiche permanenti cominciano a formarsi in lui, egli comincia a “cristallizzare”. Ma se la cristallizzazione è possibile su una base giusta lo è anche su una base sbagliata.”

Gurdjieff

Quello che in psicologia viene normalmente descritto come “conflitto”, nel sistema della Quarta Via  trova la propria definizione nel concetto di “frizione”. In fisica la frizione è l’energia che si genera attraverso un’azione di sfregamento tra due parti che generano attrito. Questo effetto, che sprigiona energia, è causato dal fatto che una delle due parti si oppone al movimento. Anche la vita dell’essere umano è spesso caratterizzata dall’attrito tra le sue parti interne, oppure si sviluppa nella sua relazione con il mondo esterno.  La frizione si genera in modo automatico quando i nostri gruppi di Io entrano in contraddizione tra di loro o con quelli dei nostri interlocutori. Nell’uomo-macchina tanto le frizioni quanto le risposte ad esse associate nascono in modo meccanico ed accidentale e l’energia che si sviluppa durante il fenomeno viene sprecata inutilmente. Molte delle persone che si rivolgono ad uno psicoterapeuta si trovano proprio in questa condizione e necessitano di capire cosa in loro generi un conflitto e perché, nonostante i loro sforzi, questo non venga superato ma, casomai, rinforzato. Dispongono, in sostanza, di una discreta quantità di energia che però non sanno come utilizzare. In genere questa condizione è inoltre accompagnata da un vissuto emotivo negativo che non permette di prendere in considerazione gli elementi positivi che ogni crisi porta con sé. Il termine “crisi”, che trova la propria radice etimologica nel greco krìnein=distinguere, separare, parla infatti delle potenzialità evolutive dell’essere umano e contiene in sé il germe del cambiamento. È proprio nel conflitto che possiamo imparare qualcosa di nuovo su noi stessi e sulla nostra relazione con il mondo esterno e, se riusciamo a comprendere tutto ciò, allora saremo in grado di dare una nuova direzione alle nostre energie e di utilizzarle in modo da accrescere il livello del nostro essere.

Ogni volta che rispondiamo ad un conflitto in modo meccanico, pescando nel repertorio delle risposte stereotipate immagazzinate nei nostri centri inferiori non facciamo che peggiorare la situazione. Quando impariamo a mettere una distanza tra la frizione e la nostra reazione, quando utilizziamo l’attenzione divisa e non ci identifichiamo con ciò che ci accade possiamo allargare il repertorio delle nostre risposte e scoprire cosa si intende per falsa personalità. Le difficoltà del momento si trasformano allora in opportunità di crescita della consapevolezza e, quindi, nello sviluppo dell’essenza e della corretta personalità.

Ad un livello più evoluto, la frizione non è semplicemente qualcosa che accade e che cerchiamo di combattere ma una condizione che l’uomo può ricercare attivamente. L’induzione intenzionale della frizione ci aiuta non solo a non identificarci ma anche a sviluppare i “corpi sottili” e ad essere soggetti attivi dell’esperimento a cui, di volta in volta, ci sottoponiamo.

 

 

Attenzione Divisa

Quasi tutte le persone pensano al cambiamento in termini di inclusione ma solo coloro che sono saggi sanno che l’Insegnamento opera anche per esclusione:l’esclusione degli elementi che rendono l’uomo cieco e sordo.

Quando osservo qualcosa, la mia attenzione è diretta su ciò che osservo:

IO——————–>il fenomeno osservato

 

Quando, sempre osservando, tento di ricordarmi di me, la mia attenzione è diretta contemporaneamente verso l’oggetto osservato e verso me stesso:

IO<——————->il fenomeno osservato

Ouspensky

Dallo sviluppo dell’attenzione divisa traiamo la materia necessaria per portare avanti il lavoro su noi stessi. Nel sistema della Quarta Via si intende con questo termine non solo la capacità di osservare un dato fenomeno ma anche la capacità di osservare contemporaneamente se stessi. In particolare, osservare noi stessi ci permette, ad esempio, di capire quali gruppi di Io agiscono in noi, quale centro e quale sua parte sono in gioco quando forniamo una data risposta. Come abbiamo visto in precedenza, ogni centro è infatti suddiviso al suo interno in parti motorio-istintive, parti emotive e parti intellettuali. Nel sistema si utilizza spesso l’analogia con le figure delle carte per spiegare questo concetto: usare il fante significa allora rispondere con la parte istintivo-motoria del centro; la regina corrisponde alle risposte reattivo-emotive, mentre il re è coinvolto in tutte quelle azioni che richiedono l’attenzione focalizzata.

Riflettere sulle parti che agiscono in noi è un esercizio di comprensione molto utile e ci apre alla possibilità di utilizzare in modo corretto i centri e le loro funzioni e di combattere la meccanicità delle risposte stereotipate. Questo non significa che ogni nostra azione debba essere compiuta con il re, cioè con la parte intellettuale: alcune azioni, come ad esempio guidare l’automobile, sono efficaci solo se eseguite con il fante, mentre altre, come l’apprendimento di un nuovo concetto, richiedono uno sforzo di attenzione supplementare e l’utilizzo del re del centro intellettuale. Riconoscere il luogo in cui si formano le nostre risposte ci permette di scegliere la risposta di volta in volta più adeguata, di essere più efficaci nelle nostre azioni e di risparmiare energia utile alla prosecuzione del Lavoro e del Ricordo di sé.

È importante far notare che l’uso dell’attenzione divisa è un espediente utilizzato per differenziare e comprendere il proprio funzionamento ma l’obiettivo non è separare, dividere, bensì riunire il tutto all’interno di un contenitore più ampio attraverso l’espansione della nostra consapevolezza.

 

 

Gli Scopi

Lo scopo fondamentale del Lavoro è connesso al Ricordo di sé. Come abbiamo visto, il Ricordo di sé ci permette di risvegliarci, di agire intenzionalmente, di modificare noi stessi e il mondo in cui viviamo. La formulazione dello scopo agisce un magnete che orienta le nostre azioni, permettendoci di discriminare ciò che ci avvicina o ci allontana da esso. La definizione dello scopo funziona contemporaneamente come mappa e come guida e la motivazione che accompagna il suo raggiungimento ci permette di superare le difficoltà che incontriamo lungo la via. Perseguire lo scopo significa allora utilizzare al meglio le nostre energie senza sprecarle in azioni inutili o dannose. A tal fine è sempre utile confrontarsi con altre persone di cui ci fidiamo che sono già in cammino, che ci possano sostenere, guidare e che, eventualmente, ci aiutino a non perdere l’orientamento nei momenti di scoraggiamento. Percorrere la via in vista dello scopo significa attraversare il deserto e diventare ciò che siamo.

L’articolo continua nella Parte 4

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