Centri e Funzioni

Per moltissimo tempo dovete soltanto osservare e cercare di scoprire tutto quel che potete circa le funzioni intellettuali, emozionali, istintive e motorie. Da ciò potrete arrivare alla conclusione che avete quattro menti ben definite: non una sola, ma quattro menti diverse. Una mente controlla le funzioni intellettuali, un’altra mente completamente diversa controlla le funzioni emotive, una terza controlla quelle istintive, e una quarta, anch’essa del tutto diversa, controlla le funzioni motorie. Noi le chiamiamo centri: centro intellettuale, centro emotivo, centro motorio e centro istintivo. Essi sono completamente indipendenti. Ciascun centro ha la propria memoria, la propria immaginazione e la propria volontà.

Ouspensky

 

Dobbiamo partire con l’osservare dunque, ma l’uomo non sa cosa e come osservare. È per questo che il lavoro inizialmente non può essere svolto da soli. Occorrono dei compagni di viaggio che ci introducano al sistema e con i quali possiamo confrontarci. Secondo il sistema della Quarta Via la macchina umana è composta da parte distinte, dette centri, che operano spesso l’una all’insaputa  o al posto dell’altra sottraendole energia. I centri sono quattro (più due di tipo superiore, di cui parleremo):

  • Centro intellettuale, il più lento, svolge le funzioni collegate al pensiero e alla comparazione
  • Centro emozionale, il più veloce, che governa le funzioni emotive
  • Centro istintivo, che presiede in modo automatico al funzionamento biologico dell’organismo, garantendone l’omeostasi
  • Centro motorio, che sovrintende le funzioni motorie.

Ogni centro è poi diviso in positivo e negativo, intesi come azione/non azione, sì/no. Ogni centro può inoltre operare utilizzando la sua parte meccanica (attività meccaniche che non richiedono alcuna attenzione cosciente, ad esempio, guidare la macchina), emozionale (funziona per attrazione e stimolazione, si attiva quando qualcosa cattura la nostra attenzione e ci affascina) o intellettiva (attività che richiedono concentrazione o perché complesse o perché non conosciute prima).

Ogni centro ha una propria memoria ed opera indipendentemente dagli altri, tanto che dà origine a diverse configurazioni della nostra identità o raggruppamenti di “io”, che utilizziamo in modo differenziato a seconda delle situazioni in cui ci troviamo, senza esserne consapevoli. Spesso inoltre utilizziamo il centro emotivo quando dovremmo usare quello intellettivo, o il centro motorio al posto del centro emotivo, sottraendo energia utile al sistema ed operando delle scelte che poi si rivelano disfunzionali e contribuiscono a sviluppare i nostri conflitti intra- ed interpersonali.

Esiste una disciplina dal nome complesso, la psiconeuroendocrinoimmunologia (PNEI), che studia proprio questi meccanismi e che, attraverso le sue indagini scientifiche, ci dimostra come i vari sistemi  funzionino ed interagiscano. In linea con le più recenti acquisizioni della fisica quantistica, la PNEI avvalora l’antica tesi secondo cui è l’uomo a creare la propria realtà. Conoscere il funzionamento della macchina significa allora non solo cambiare la nostra visione del mondo, essere più consapevoli ed unitari ma anche modificare la chimica del nostro corpo, influenzando la qualità delle reazioni che avvengono al suo interno e determinando quindi il suo stato di salute psico-fisica.

Stati di Coscienza

Possiamo dire, senza alcuna esagerazione, che tutte le differenze che si notano tra gli uomini si possono riportare a differenze nei livelli di coscienza dei loro atti.

Tutta la nostra visione del mondo cambia in relazione al nostro livello di consapevolezza. Più alto esso è, più la comprensione del mondo è vasta, più è basso più essa scende fino al punto dell’identificazione, che vuol dire essere completamente focalizzati solo su una cosa; il massimo della limitazione percettiva.

Gurdjieff

Ogni uomo ha la possibilità e la potenzialità di fare esperienza di quattro differenti stati di coscienza, anche se l’uomo ordinario vive quasi totalmente nei primi due.

Gli stati di coscienza che l’uomo può vivere sono:

  • Il primo stato di coscienza (sonno notturno), in cui ricarichiamo i nostri accumulatori, è la condizione in cui il nostro livello di coscienza è più basso; non sappiamo quello che ci circonda e le nostre naturali funzioni sono al minimo per permettere ai centri di ricaricarsi.
  • Il secondo stato di coscienza (stato di veglia) è quello in cui trascorriamo la maggior parte dell’esistenza ed è caratterizzato da uno stato di identificazione e immaginazione costanti. È la condizione dell’uomo ordinario, che non è realmente collegato con la sua essenza, che è schiavo delle sue risposte meccaniche, dei suoi pensieri associativi, delle sensazioni del suo centro istintivo e delle emozioni automatiche, per quanto l’illusione di essere consapevoli ci faccia pensare che in questo stato siamo padroni di noi stessi.
  • Il terzo stato di coscienza (Coscienza di sé) possiamo sperimentarlo ogni volta che abbiamo un ricordo vivido di qualcosa, o che abbiamo provato una gioia o una paura intense. Nel terzo stato di consapevolezza un uomo conosce la verità su se stesso ed impara a conoscersi per quello che è realmente.
    È una condizione difficile da mantenere, di solito dura molto poco ed è di genere accidentale.
    Senza un’adeguata preparazione nessun uomo è in grado di sostenerlo a lungo, anche perché spesso ciò che scopriamo di noi in questo stato è molto diverso da quello che abbiamo pensato prima di accedervi. Nel terzo stato di coscienza si “attiva” il centro emozionale superiore.
  • Il quarto stato di coscienza (Coscienza oggettiva) è uno stato che può essere raggiunto solo in successione al terzo stato e può essere molto pericoloso se non siamo adeguatamente preparati a sostenerlo. È lo stato in cui l’uomo è in grado di vedere le cose come sono e le leggi che le legano le une alle altre: in questo stato si sviluppa il centro intellettuale superiore.

 

Mancanza di Unità

Se incominciamo a studiarci ci imbattiamo prima di tutto in una parola che usiamo più di ogni altra: la parola ‘iò. Diciamo ‘io sto facendo’, ‘io sto seduto’, ‘io sento’, ‘io amo’, ‘io non amo’, e così di seguito. Questa è la nostra principale illusione, in quanto il maggior errore che facciamo riguardo a noi stessi è quello di considerarci come uno; parliamo di noi stessi come ‘io’, e supponiamo di riferirci sempre alla stessa cosa, mentre in realtà siamo divisi in centinaia e centinaia di ‘io’ differenti. In un certo momento, quando dico ‘io’, sta parlando una parte di me; e in un altro momento, quando dico ‘io’, è completamente un altro ‘io’ che parla. Non sappiamo di non avere soltanto un ‘io’, ma parecchi ‘io’ differenti, collegati con i nostri sentimenti e desideri, i quali non hanno un ‘io’ che li controlla. Questi ‘io’ cambiano continuamente; uno soffoca l’altro, uno rimpiazza l’altro, e tutta questa lotta forma la nostra vita interiore.

Ouspensky  

 

 

 

D: La creazione di unità è indispensabilmente preceduta da conflitti interiori?

R: Dalla percezione di conflitti interiori. I conflitti interiori sono costanti. Nessuno vive senza contrasti interiori, essi sono normali e stanno sempre là. Quando però cominciamo a lavorare, il conflitto aumenta. Quando non lavoriamo, fuggiamo, non lottiamo. Cosa significa lavoro? Significa lotta con cose contrastanti. Abbiamo un certo scopo, ma parecchi nostri ‘io’ non vogliono andare in quella direzione, quindi naturalmente il conflitto cresce. Ma creazione di unità non è il risultato di conflitto: è il risultato della lotta col conflitto. Noi siamo molti e vogliamo essere uno: questa è una formulazione del nostro scopo. Ci rendiamo conto che è un inconveniente, che è scomodo e pericoloso essere parecchi. Decidiamo di essere almeno meno divisi, di divenire cinque invece di cinquecento. Sento di dover far qualcosa e non voglio farla: questo è conflitto, ed esso, ricorrendo costantemente, crea resistenza e produce unificazione.

Ouspensky

 

Obbligare se stessi a vedere questo è molto doloroso. Questo non significa che io soffro, ma che qualcosa che desidera nascondersi non può sostenere di trovarsi sotto la luce. Essere in grado di vedere se stessi in maniera che qualcuno rimanga sotto i nostri occhi, sotto osservazione, questo è una punizione per l’eternità (riferimento alla parabola della divisione delle pecore e capre nei vangeli). Una cosa è se non abbiamo completamente tradito la ragione della nostra esistenza o completamente sprecato i “talenti” (parabola dei talenti nei vangeli) nelle nostre mani, ma figuratevi in voi stessi qualcuno che ha, e che sempre ha rifiutato di vedere ciò che ha, ma che un giorno si troverà ” avendo rifiutato di vedere ” costretto a vedere la realtà.

J.G. Bennett

 

Quando agiamo nel mondo siamo convinti di “essere uno” ed in genere riteniamo che le nostre scelte siano il frutto di un ragionamento coerente e consapevole. Spesso, tuttavia, quando ci rivolgiamo ad un terapeuta, ci accorgiamo che in realtà le cose non stanno proprio così. I nostri conflitti ed il disagio psichico non si risolvono per il solo fatto che lo desideriamo o che disponiamo di informazioni utili sul nostro disturbo. Se cominciamo a ragionare su di esso, ci rendiamo conto che la nostra mente sembra andare in una direzione, mentre le emozioni o il corpo agiscono in direzione opposta.  Nel sistema della Quarta Via questo è un classico esempio della nostra mancanza di unità. Più nello specifico, in ognuno di noi albergano parti emozionali, intellettuali, motorie e istintive che sono in grado di operare separatamente e quindi anche in conflitto tra di loro. Ognuna di queste parti, o funzioni, possiede una propria memoria e dispone di un proprio “magazzino” di informazioni che si sono accumulate nel corso della nostra vita, senza che noi facessimo il minimo sforzo in tal senso. Alla stessa maniera, noi siamo in grado di recuperare le informazioni in modo meccanico e di rispondere in modo stereotipato non appena uno stimolo adeguato le attivi. Le risposte così prodotte sono la manifestazione dei nostri diversi “Io”, maschere che indossiamo con una tale naturalezza da non rendercene nemmeno conto, perlomeno finché non insorgono in noi un conflitto o un disturbo manifesto. Sino al momento in cui insorge un evidente disagio psichico in realtà ci è impossibile vedere come funziona la macchina umana, in quanto questa è dotata di meccanismi, detti “respingenti”, che ci impediscono di vedere le nostre contraddizioni e che, attraverso una serie di giustificazioni, ci permettono di vivere condizioni completamente opposte senza scontro e danno. Lo scopo dei respingenti è quello di prevenire il disagio che verrebbe a crearsi dall’osservazione della nostra mancanza di unità e coscienza.

          Scopo della psicoterapia è allora quello di lottare contro i respingenti, di sollevare la maschera della personalità per svelare la natura originaria dell’essenza. Tale opera deve però essere intrapresa nei tempi e nei modi giusti in modo da evitare che, una volta eliminati i respingenti, la persona resti indifesa, si ripieghi su stessa e crolli definitivamente. È nella sensibilità del terapeuta e nella dinamica della relazione che instaura con il paziente che si gioca la possibilità di uno sviluppo virtuoso del Lavoro.  

Ognuno di noi, dicevamo, ritiene di compiere scelte autonome e non riducibili ad un modello mentre in realtà siamo tutti molto prevedibili e poco liberi di scegliere. È per questo motivo che l’approccio all’Enneagramma si sviluppa in genere dal riconoscimento del proprio enneatipo, cioè da quell’insieme di caratteristiche intellettuali, emotive, istintive e motorie che ci rendono, appunto, molto simili gli uni agli altri. Il riconoscimento della configurazione enneatipica ci dimostra come tutto in noi si compia in modo automatico ed acritico, senza alcuna partecipazione consapevole della nostra volontà e come tutto congiuri affinché essa ci paia assolutamente coerente. Le nostre difese – i respingenti – sono infatti organizzate in uno schema coerente di tre funzioni specifiche:

 

  • il Meccanismo di Difesa
  • l’Idealizzazione o Immagine di sé
  • La cosa di cui abbiamo più paura e che tendiamo ad evitare.

   Esse lavorano insieme in una sorta di triumvirato per mantenere intatta la personalità di ciascun enneatipo e non renderci consapevoli delle sue distorsioni/disfunzioni. Prendere coscienza della propria prevedibilità è spesso un’esperienza disarmante ed irritante, a cui in genere cerchiamo di resistere con tutte le nostre forze… almeno finché la nostra mancanza di unità non comincia a crearci più problemi che soluzioni.

 

 

Gli Ostacoli

 

 

Ma l’uomo che dorme non può “fare”. In esso tutto si fa nel sonno… Innanzitutto, l’uomo deve svegliarsi. Una volta sveglio, si accorgerà che, così com’è, non può “fare”. Dovrà morire volontariamente. Se muore, potrà rinascere. Ma l’essere appena nato dovrà crescere e imparare. Quando sarà cresciuto e avrà imparato, allora potrà “fare”.

Gurdjieff

          Ognuno di noi, come abbiamo visto, tende a mantenere la propria visione del mondo attraverso una sorta di omeostasi inconsapevole che fondamentalmente ci permette di non percepirci – o essere percepiti – come esseri devianti nell’ambito della nostra cultura di riferimento e dei precetti che abbiamo introiettato. Proprio per questo motivo il Lavoro proposto dal sistema della Quarta Via richiede tenacia e grande motivazione: abbiamo deciso di incamminarci lungo un sentiero impervio e sconosciuto ai più, sapendo quello che lasciamo ma non quello che troveremo sul nostro percorso e molti cercheranno di farci desistere dal nostro proposito, facendoci sentire non conformi al sapere ed al sentire comune. È per questo che prima di rinascere, l’uomo deve morire volontariamente.

La maggior parte degli ostacoli, tuttavia, non proverranno dal mondo esterno ma dal nostro mondo interno. Ogni malattia in fondo, dice la psicoanalisi, porta con sé un beneficio secondario ed è in questo senso che possiamo interpretare concetti psicoanalitici quali la “resistenza al cambiamento” e la “coazione a ripetere”. Dobbiamo innanzitutto iniziare a studiare gli ostacoli che ci tengono addormentati, riconoscere i momenti e le situazioni in cui emergono. Abbiamo inoltre anticipato come ognuno di noi, a seconda del proprio Tipo di appartenenza e della propria configurazione enneagrammatica, reagisca in modo diverso a certi stimoli, per cui lo studio degli ostacoli non può che essere un lavoro individuale di osservazione.

          I principali ostacoli al risveglio sono:

  1. Immaginazione

L’immaginazione si basa su un’assenza di confronto reale con il mondo che ci circonda ed è rappresentato dal sognare ad occhi aperti senza esserne minimamente consapevoli. A differenza del pensiero creativo, che è frutto dell’intenzionalità, il processo meccanico associativo dei pensieri, ricordi e proiezioni, portato avanti senza controllo cosciente, semplicemente accade. Un semplice esempio della sua manifestazione è rappresentato da tutti quei momenti in cui ci troviamo a dialogare nella nostra mente con una persona, anticipando quello che vorremmo dirle o sentirci dire in assenza della stessa. In altri casi, amplifichiamo le nostre paure immaginando cosa potrebbe accaderci ad esempio, se dovessimo sostenere un esame o effettuare un viaggio in aereo, con il solo risultato di attirare un probabile attacco di panico. In questi frangenti è molto utile imparare a fermare il processo associativo meccanico attraverso l’”esercizio dello stop” o del “taglio del film”, così come sviluppare quella che nel sistema della Quarta Via si chiama “attenzione divisa” e che illustreremo più avanti. 

  1. Il Mentire

Per dire la verità bisogna essere capaci di conoscere cosa è la verità e cos’è una menzogna, prima di tutto in se stessi.

Gurdjieff

 

Distruggere gli ammortizzatori deve andare di pari passo allo sviluppo della volontà. Questa idea ci fa comprendere l’importanza del lavoro di gruppo strutturato secondo precise regole, la scuola serve nel momento di passaggio quando non ci sono gli ammortizzatori ma non è ancora sviluppata la volontà.

 

Gurdjieff

 

Nella prospettiva della Quarta Via l’uomo ordinario è un essere davvero poco affidabile, anche se non sa di esserlo. Le menzogne che raccontiamo a noi stessi o agli altri sono prodotte dai nostri ammortizzatori interni e servono, come abbiamo visto, a mantenere la coerenza del nostro sistema. Ogni individuo, a prescindere dal proprio Tipo di appartenenza, tende ad utilizzarle ma lo fa in modo del tutto inconsapevole. Chi mente è convinto di ciò che afferma, per questo motivo non possiamo stupirci o lamentarci se veniamo “raggirati”. Occorre lavorare molto su di sé prima di poter dire la verità, anche se questo probabilmente ci renderà meno interessante agli occhi degli altri.

Il concetto di verità nella cultura moderna ha perso il proprio carattere oggettivo e si è trasformato in qualcosa di puramente soggettivo e meccanico, che dipende fondamentalmente dai gruppi di Io che, di volta in volta, vengono attivati. Mentire o meno, in una parola, è un fatto puramente accidentale e, poiché non possediamo un centro di gravità permanente, diventa davvero difficile capire quando stiamo mentendo o dicendo la verità. Solo chi ha distrutto i propri ammortizzatori può recuperare l’oggettività delle proprie affermazioni ma, come abbiamo visto, solo l’uomo evoluto e dotato di coscienza e di una grande volontà può vivere senza ammortizzatori senza perdere il controllo di sé.

  1. Emozioni negative

Cosa sono le emozioni negative? Secondo il sistema della Quarta Via le emozioni negative sono un apparato artificiale dell’uomo sviluppato e nutrito sin dall’infanzia attraverso l’educazione all’espressione delle emozioni in modo errato. Se osserviamo con attenzione, ognuno esprime, durante la giornata, differenti tipi di emozioni negative come i cattivi umori, le preoccupazioni, l’attesa di qualcosa di sgradevole, il dubbio, la paura, un sentimento di offesa o l’irritazione. Alla base delle emozioni negative vi è un atteggiamento che le nutre e permette il loro mantenimento ed esistenza. Ogni qualvolta qualcosa non ci torna o qualcuno fa qualcosa di sbagliato nei nostri confronti, evochiamo e nutriamo un gruppo di Io che giustifica la nostra negatività. Molto difficilmente ci rendiamo conto che ciò che riceviamo è collegato a quello che siamo e, poiché non conosciamo noi stessi, pensiamo che sia solo una responsabilità del mondo esterno se le cose non sono come le immaginiamo o desideriamo. Dietro ad un’espressione di negatività si trova sempre un’indulgenza nei confronti di una nostra debolezza, data da una difficoltà a vedere e compiere uno sforzo per migliorare.

Tratto dal sito “Vivereilmiracoloso”

L’odierna medicina energetica, la PNEI e la fisica quantistica si spingono ancora oltre e sostengono, oramai da quasi un secolo, che non esistono “osservatori” neutrali di una realtà esterna all’atto stesso dell’osservazione ma che l’intero universo si modifica e si ricrea in sua funzione. Siamo tutti immersi in quella che Max Planck, il padre della fisica moderna, chiamava “Matrix”, una sorta di universo energetico ologrammatico in cui ogni parte è immediatamente connessa all’altra e in cui ogni più piccola particella contiene tutte le informazioni contenute nell’intero universo. Le nostre emozioni negative non solo deprimono il nostro sistema immunitario, non ci permettono di vederci per quello che siamo, di evolverci e di sviluppare le nostre potenzialità, ma non permettono all’intero sistema di evolvere. Finché proveremo paura, odio, angoscia, depressione, nel mondo ci saranno paura, odio, angoscia e depressione. Non c’è “buonismo” in questa affermazione ma logica, puramente logica…

  1. Identificazione

D: Tutto ciò che facciamo non subirebbe un danno se impegnassimo la nostra mente nel tenerci svegli invece di portare attenzione a ciò che stiamo facendo?
R: Vi ho già spiegato che è esattamente l’opposto. Possiamo fare bene tutto ciò che stiamo facendo soltanto quando siamo svegli. Più siamo addormentati, peggio facciamo le cose che stiamo facendo: non ci sono eccezioni. Voi lo prendete accademicamente, semplicemente come una parola, ma tra sonno profondo e completo risveglio esistono gradi e voi passate da un grado all’altro.

Ouspensky

 

          L’identificazione è uno stato in cui siamo affascinati e soggiogati al potere delle cose dimenticando chi siamo veramente. È una condizione molto diffusa nel mondo odierno e tra gli uomini ordinari e quando agisce allontana l’uomo dalla coscienza di sé e dalla conoscenza delle leggi universali. Anche in questo caso, tutto avviene in base alla meccanicità, senza che ci venga richiesto di compiere un qualche sforzo di comprensione. Uno stimolo attira la nostra attenzione, scatta un vissuto di tipo emotivo e si attivano le risposte stereotipate e precostituite. Il meccanismo tende a ripetersi sempre uguale a se stesso e spesso non ce ne rendiamo neppure conto, almeno finché non si raggiunge un certo limite. Se, ad esempio, abbiamo imparato a rispondere ai vari eventi della vita con una sorta di ansia anticipatoria, magari respirata ed appresa nel corso degli anni trascorsi in famiglia, tenderemo a riproporre ovunque la stessa risposta e ad utilizzarla ritenendola comunque l’unica possibile. Solo un attacco di panico probabilmente ci permetterà di comprendere che stiamo utilizzando il segnale sano dell’ansia in modo abnorme e disfunzionale.

L’uomo che comincia ad interrogarsi sul potere che le cose hanno su di lui, è già all’inizio della strada che porta al cambiamento. Esistono tuttavia diversi livelli di identificazione, alcuni più superficiali di cui è relativamente semplice liberarsi, altri più profondi ed inconsci. La cultura contemporanea dominante, attraverso i modelli che propone e meccanismi di omologazione più o meno manifesti, tende purtroppo a favorire il processo di identificazione e a sfavorire l’autonomia del pensiero, delle emozioni e del comportamento. Una recente ricerca dell’ISTAT dimostra, ad esempio, come continui a sopravvivere la falsa credenza secondo cui la creatività si accompagna necessariamente o al genio o alla follia e non possa essere più di tanto sviluppata attraverso un processo educativo o formativo adeguato.

              Come si può, allora, arrestare il potere dell’identificazione? Il sistema della Quarta Via propone una serie di esercizi utili in tal senso e tesi ad introdurre il “Ricordo di sé”, primo tra tutti lo sviluppo dell’Attenzione divisa, di cui parleremo più avanti.

  1. Considerazione

La considerazione interna è uno stato particolare di identificazione che si manifesta in relazione alle persone e a noi stessi. Quando siamo totalmente concentrati su di noi, sui nostri sentimenti, sul nostro mondo interno, ogni altro avvenimento viene valutato solo in funzione di ciò che, sprofondati nell’egocentrismo, proviamo. Molti conflitti o fraintendimenti nascono proprio dall’incontro/scontro tra stati di alta considerazione interna che cercano di prevalere l’uno sull’altro, facendo perdere alle persone la visione d’insieme e la capacità di comunicare su un più elevato livello logico. È interessante notare come molte persone si trovino in un perenne stato di considerazione interna. In alcuni casi la considerazione interna si manifesta anche in forma inversa, cioè sotto forma di bassa autostima e scarsa considerazione di sé.

In contrapposizione alla prima, la considerazione esterna è quello stato in cui noi, pur valutando le nostre posizioni, possiamo accogliere le informazioni che ci giungono dall’esterno come un mezzo per crescere e capire meglio noi stessi e gli altri. Con il linguaggio della cibernetica e della pragmatica della comunicazione umana, questo è lo stato in cui rendiamo circolare la comunicazione e ci apriamo alla possibilità di ricevere e fornire feedback dai nostri interlocutori.

  1. Parlare Inutile

Il parlare inutile rappresenta una sorta di eliminazione meccanica delle esperienze emotive, motorie o istintive che non abbiamo elaborato coscientemente. Sovente parliamo senza un reale scopo e senza conoscere davvero le cose di cui parliamo: è sufficiente trovare un interlocutore, interno o esterno, disposto ad ascoltarci. Spesso non ci rendiamo nemmeno conto del fatto che chi ci ascolta non è interessato a quanto stiamo dicendo, semplicemente non gli lasciamo possibilità di scelta. Il nostro discorso salta da un argomento all’altro per semplice associazione, una sorta di sbobinatura delle impressioni che abbiamo immagazzinato, nel corso degli anni, nei nostri centri inferiori. In genere tendiamo inoltre ad identificarci emotivamente con ciò che diciamo, rinforzando il contenuto della nostra conversazione e dandole un’enfasi eccessiva. Solo un atto di consapevolezza ci permette di comprendere questo meccanismo e di emanciparci da esso, risparmiando le nostre energie.

L’articolo continua nella Parte 3

 

 

 

 

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